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sabato 30 giugno 2018

E' venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo


Pubblichiamo il numero di Luglio 2018
di "Radicati nella fede"

E' VENUTA L'ORA
DI DONARE LA PROPRIA VITA
PER CRISTO




E' VENUTA L'ORA DI DONARE LA PROPRIA VITA PER CRISTO
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 7 - Luglio 2018

 “Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, è venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo”, così scrive Léon Bloy in una delle sue opere più interessanti “Celle qui pleure”, “Colei che piange”, tutto un testo forte, deciso, a volte violento, in difesa del messaggio della Madonna a La Salette.

  Non è più tempo di provare che Dio esiste, non è più tempo di perdersi in conversazioni e discorsi accademici, in disquisizioni sulla situazione della fede e della Chiesa. Non è più il tempo delle conferenze, dei conferenzieri, dei teologi, dei pedagogisti, dei pastoralisti. E' venuto il tempo di donare la vita per Cristo.

  Anche noi che ci amiamo definire tradizionali, anche noi che siamo definiti dagli altri come tradizionalisti in modo dispregiativo, sì anche noi, proprio noi, dobbiamo stare attenti a non perderci in dimostrazioni inutili. E' venuta l'ora, è suonata l'ora anche per noi di dare la vita per Cristo.

  Che cosa distingue un vero cattolico, e quindi un vero cattolico tradizionale, dal cattolico di un giorno, dal cattolico liberale, dal cattolico ammodernato? Il fatto che dà la vita per Cristo.

  Dà la vita, e non solo qualcosa, poco o tanto che sia.

  Invece, proprio su questo, proprio sul fatto di dare la vita per Cristo, anche noi, e lo scriviamo con dolore, anche noi ci siamo ammodernati.

  Siamo diventati come tutti, pieni di distinguo, di considerazioni secondarie, di “bisogna vedere, bisogna valutare”, “non si può chiedere troppo” ... “non esageriamo”.

  Che senso avrebbe, ad esempio, lo scandalizzarsi per la confusione seguita ad esempio per Amoris Laetitia se poi non piangiamo di dolore perché noi non diamo a sufficienza la vita per Cristo? Che senso avrebbe desiderare il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, senza vedere che il cuore della Tradizione stessa è proprio il dare la vita per Cristo.

  Che senso avrebbe nausearsi per l'immoralità dilagante e istituzionalizzata nel mondo ateizzato di oggi, se poi non si fosse disposti a dare tutto a Dio. Non c'è una morale del giusto mezzo in questo, la morale cattolica è la morale del tutto a Dio.

  Rimpiangiamo la Cristianità, noi tradizionali rimpiangiamo questo, rimpiangiamo un mondo totalmente cattolico, un mondo che in tutti i suoi aspetti dipendeva totalmente da Dio, ma dimentichiamo che la Cristianità è stata fatta da uomi e donne che hanno dato la vita per Cristo.

  E cosa vuol dire dare la vita per Cristo? Innanzitutto vuol dire rendere possibile sempre, in ogni circostanza, in ogni tempo, in ogni situazione, dentro ad ogni avvenimento; significa rendere possibile l'affermazione del primato di Cristo nella nostra vita e per conseguenza nella vita di tutti.

  San Benedetto esprime così il dare la vita per Cristo, “Nulla anteporre all'amore di Dio”: tutto questo è fatto di scelte, di cose che vengono prima e altre dopo. Il primato di Dio, riconosciuto, diventa opera; nella nostra vita diventa un'azione, una scelta e un'azione: Dio viene prima.

  E l’atto di riconoscere il primato a Dio è fatto con una coscienza dentro: la coscienza che dall'obbedienza a Dio dipende la nostra salvezza e la salvezza del mondo. Chi non riconosce che si tratta di questione di vita o di morte non da veramente il primato a Dio.

  Se la scelta per Cristo non avesse dentro questo senso del dramma, cioè la coscienza del pericolo, ovvero che il mondo può perdersi se non afferma Dio; se non ci fosse chiaramente questo senso del dramma saremmo ancora dei cattolici ammodernati.

  Passate in rassegna tutte le apparizioni mariane di tutti i tempi, considerate tutti i messaggi che la Chiesa ha riconosciuto come vere rivelazioni private, passate in rassegna, ed è sufficiente, La Salette, Lourdes, Fatima, e avrete il senso genuino del dramma. “Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sarò costretta a lasciare cadere il braccio di mio Figlio” (La Beata Vergine Maria a La Salette); e questa chiarezza sull’urgenza dell’obbedienza a Dio è nient’altro che l’eco di tutto il Vangelo.

  Queste considerazioni non sono esercizio di scuola, non sono buone per sorreggere le nostre idee; queste considerazioni sono l'anima di scelte decisive che noi dobbiamo fare, che ciascuno di noi deve fare.

  Vedete, cari amici, in questi anni, e giustamente, ci siamo preoccupati della peste modernista, cioè del fatto che la dottrina della Chiesa è stata intossicata dal Modernismo considerato come la somma di tutte le eresie; il Modernismo fatto di distinguo, di accentuazioni più o meno forti, di sottigliezze intellettuali, di affermazioni del vero e del dogma a fianco a spaventose riduzioni modernizzate del cristianesimo. In questi anni ci siamo preoccupati giustamente del Modernismo come del fenomeno che maggiormente ha sfigurato la vita della Chiesa.

  Ma è arrivato il momento di preoccuparci ancor di più dell'imborghesimento nella Chiesa. Il Modernismo nasce dal mondo borghese. Non si potrebbe immaginare una deriva modernista in tutta la storia del medioevo cristiano; non si potrebbe immaginare una deriva modernista in mezzo al mondo dei poveri. Il Modernismo nasce nei salotti borghesi, ecclesiastici o laici che siano.

  E cosa fa il borghese? Il borghese mette al centro se stesso e il proprio denaro, cioè la riuscita della propria vita o, se volete, la tranquillità della propria vita, acquisita magari a grande fatica. E per salvare questa tranquillità, questa apparente tranquillità, diminuisce senza negarle tutte le verità cristiane, toglie loro l'impatto vitale.

  Il Modernismo nasce dal mondo borghese, è l'eresia dalla borghesia, è l'eresia dei cattolici borghesi. Per questo il pericolo dell'imborghesimento, anche per noi della tradizione, coincide con il pericolo modernista. Si salva dall'imborghesimento chi dà la vita per Cristo, e dare la vita per Cristo è il contrario dell'imborghesimento.

  Ma cos'è questo dare la vita per Cristo? Nel disegno di Dio è innanzitutto dare la vita per la Chiesa, corpo mistico di Cristo.

  Vivere per Gesù Cristo vuol dire fare la Chiesa.

  Occorre fare un salto di qualità su questo: ad esempio, non preoccuparsi solo di trovare la “chiesa giusta con la Messa giusta”, ma preoccuparsi che questa possa esserci. E quando questa chiesa giusta c'è, occorre che questa chiesa giusta possa continuare a vivere anche per te.

  Per questo occorre dare la vita per Cristo, stando al lavoro che Dio ci ha dato.

  E' la differenza che passa tra chi cerca la “Messa giusta” e basta e chi invece, trovato il luogo di Messa, fa di tutto per contribuire perché questo luogo di Messa possa dilatarsi, fortificarsi, ed essere casa accogliente per molte altre anime.

  Troppi di noi, trovata la Messa giusta, non si sono preoccupati minimamente di essere missionari affinché ogni Domenica molti altri fedeli potessero vivere la stessa grazia.

  C'è in noi come una tentazione borghese di salvarsi uno spazio privato, e questo è terribile. Vogliamo un luogo di messa tradizionale per noi, per quando ne sentiamo il bisogno, nella misura in cui lo sentiamo... ma questo non è dare la vita!

  Amici, su questo finora abbiamo troppe volte scherzato, occorre fare sul serio. Troppi sono come inerti, senza forze, debilitati, prima ancora di aver iniziato un lavoro.

  Abbiamo di fronte un'estate, una breve estate ma che può diventare un'estate intensa. Viviamola perché la Tradizione sia affermata, viviamola perché la Tradizione sia incrementata. Non andiamo ovunque a perdere tempo come coloro che non hanno speranza, scegliamo i luoghi dove la Messa cattolica è stata salvaguardata. Preoccupiamoci di vivere l'unico riposo vero che il Signore ci dà, che è quello della sua compagnia; preoccupiamoci di onorare il Signore nel suo giorno, nel giorno di Domenica, con la Messa cantata; preoccupiamoci di dare voce, intelligenza e cuore al momento solenne, al momento che consacra tutta la settimana; preoccupiamoci di intessere rapporti intelligenti e seri con i fratelli nella fede, stiamo in loro compagnia; preoccupiamoci della preghiera; preoccupiamoci dello studio; preoccupiamoci di una buona lettura che ci faccia diventare ogni giorno di più coscienti del dramma e tendenti alla santità. Parliamo tra noi delle nostre letture. Non perdiamo tempo, impariamo a non essere borghesi almeno a partire dall'estate affinché tutto l'anno sia vissuto con la stessa intensità.

 Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, non è più il tempo delle conversazioni sulla Chiesa, è il tempo dell'edificazione della Chiesa. Che ciascuno di noi si ponga la domanda: “Io che cosa faccio di concreto perché Domenica prossima la Messa tradizionale sia cantata con la solennità dovuta a Dio?”. Domandiamoci: “Io cosa faccio perché la dottrina cristiana possa incontrare la mia vita e possa incontrare la vita di molti?”. Domandiamoci per favore che cosa stiamo facendo perchè Cristo sia servito, perchè Cristo sia riconosciuto e amato. Preoccupiamoci, mentre tutti sono distratti sull’unica cosa che conta: dare la vita per Cristo affinchè il Signore possa darci la vita eterna.

  Proprio il senso del dramma dà la capacità di muoversi. Come mai molti tra noi, in questi anni, han fatto così poco e stan facendo quasi niente? Perché non invitiamo? Perché non insistiamo? Perché non urliamo a volte, partendo da casa nostra, affinché altri vengano a servire Dio? Perché non abbiamo più la coscienza che dentro a questo servire c'è la promessa della vita e della vita vera.

  La Madonna a La Salette disse: “Ditelo a tutto il mio popolo”.

  Se non è urgente, se non abbiamo il senso del dramma, se non è più per noi questione di vita o di morte, non diventa vero nemmeno per gli altri.

  E se tutto questo ci sta sembrando troppo esagerato, vuol dire che siamo diventati anche noi borghesi come tutti quanti, borghesi e modernisti, perché in fondo si tratta della stessa cosa.
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